RATIONES RERUM

Rivista di filologia e storia

 

ISSN 2284-2497


 

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L’apertura di una nuova rivista è un atto di fiducia nel futuro. Ma non si possono presentarne le linee di progetto senza dichiarare, preliminarmente, la consapevolezza delle difficoltà che gli studi umanistici, e in particolare gli studi classici, stanno attraversando. Da qualche anno l’Europa, e probabilmente tutto il mondo occidentale, vive la più lunga e grave crisi dalla conclusione della seconda guerra mondiale, crisi che brucia sugli altari della finanza più ancora che dell’eco­nomia ricchezze e risorse, impoverisce persone e istituzioni, e sembra ridurre la cultura e l’istruzione, che dovrebbero essere considerati fra i beni più duraturi, a qualcosa di caduco, inutile, vano. D’altro canto negli ultimi decenni si è fatto incerto lo stesso concetto di “testo”, che era un pilastro non solo della filologia ma di ogni disciplina letteraria; insidiato dapprima dal prevalere dell’immagine che favorisce un più immediato e rapido consumo, il testo è stato naturalmente legato, negli ultimi anni, ai cambiamenti cui è soggetta la plurimillenaria civiltà del libro, del quale più volte si è sentita profetizzare la prossima fine.

Le cosiddette nuove tecnologie, apparentemente sempre più amichevoli e comode, manifestano anche un’altra insidia. Con la possibilità di padroneggiare enormi masse di dati sono ritenute in grado di permettere non solo classificazioni ma valutazioni; di “pesare” la qualità della cultura, di assegnare un valore alle opere dell’ingegno che non a caso, con lessico merceologico, vengono chiamate “prodotti”. Per fortuna la stessa rapidità di sviluppo della tecnologia, se permette di accedere facilmente a immense biblioteche e di leggere diversamente i libri, obbliga anche a conservarli, in quanto assai più durevoli di ogni architettura hardware e programma software, e a produrli con un sistema “arcaico” come la stampa.

Nel pieno di un periodo che porta continuamente con sé cambiamenti radicali nella tipologia e nella qualità delle comunicazioni, probabilmente le novità dal punto di vista del metodo, nelle discipline classiche, sono diventate meno rilevanti, e il mantenimento della tradizione, o meglio il fare della tradizione una base solida, permette ancora di raggiungere risultati non indifferenti e non effimeri.

Avere fiducia nel futuro di studi che riguardano il nostro lontano passato: è un paradosso che si sostiene male se ci si richiama al costante incremento della bibliografia: il fatto che si scriva di più non implica un aumento di reale novità né di originalità; anzi è piuttosto frequente che si dimentichi e si sia costretti a riscoprire quanto era già stato detto nel Cinquecento o nel Seicento, secoli di grande fervore di studi e di grandi ingegni. D’altra parte la maggior raffinatezza nel metodo permette oggi, a volte, esemplari edizioni di testi ma rende pressoché impossibili grandi imprese come quelle, imperfette ma preziose, che ci ha lasciato il secolo XIX. Ancora: l’aumento della bibliografia provoca un altro effetto paradossale, perché allontana dal contatto diretto e pacato con i testi. Lo osservò più di centotrent’an­ni fa Enea Piccolomini nel Preambolo agli «Studi di filologia greca», un editoriale spesso citato ma poco conosciuto. Allora come oggi si potrebbe obiettare che questa osservazione viene inficiata proprio dall’atto che essa accompagna: la fondazione di un nuovo periodico produce, di fatto, un incremento della già ipertrofica bibliografia. Allora come oggi l’apertura di un nuovo periodico deve avere una motivazione sensata.

Non è questo il tempo di richiamarsi a valori, tanto meno perenni, della civiltà greca e latina. È un approccio che ha già fatto troppo danno, e non ci si vuole qui riferire alle appropriazioni ideologiche del ventennio fascista; anche più recenti atteggiamenti di difesa della cultura classica, basati su principi di valore la cui validità è superiore al tempo, sono sbagliati per il fatto stesso di essere antistorici; così come è falsa l’asserzione che si sente ancora non di rado ripetere, che la formazione classica favorisce l’humanitas di chi l’ha ricevuta, e serve anzi spesso a mascherare l’ipocrisia di rapporti di potere e comportamenti accademici.

Fondare una nuova rivista richiede di aver fiducia nella storia e nella storicità delle nostre discipline. È un’affermazione che può apparire banale, ma che vuol dare il senso dell’indipendenza dalle mode culturali e insieme della continuità di una tradizione. Noi non crediamo nelle innovazioni metodologiche che pretendono di risolvere in modo quasi rivoluzionario l’interpretazione del mondo antico, ma sappiamo che progressi e cambiamenti nella metodologia delle nostre discipline, specialmente fra il XVIII e il XX secolo, hanno permesso di capire processi e mutamenti storici, di entrare a fondo nei procedimenti di trasmissione dei testi e di affinare enormemente l’ecdoti­ca. Sappiamo anche che la tradizione classica può essere vista da molte angolature, quindi può presentarsi o con molte soluzioni di continuità ovvero come sostanzialmente continua anche se nient’affatto unitaria fino ai nostri tempi, nei quali rappresenta non soltanto un sedimento del patrimonio culturale o una presenza più o meno emergente, ma costituisce anzi una parte non piccola del “paesaggio culturale” contemporaneo, anche nell’attualizzazione, nella riscrittura, perfino nel rifiuto dell’antico.

Per avere speranza di durata una nuova rivista deve, più ancora che proporre un programma, impegnarsi a rispettare al massimo la serietà del mestiere di studiosi, senza scendere a compromessi con gli aspetti tecnici in primo luogo linguistici, filologici, storici, delle discipline di cui si occupa; deve proporsi di guardare con interesse ma senza feticismo i modi nuovi di “leggere” l’antico; deve, infine, favorire il dialogo continuo fra l’esperienza di studiosi avanti negli anni, la solidità di ricercatori già formati, l’entusiasmo e la creatività di giovani. Deve, insomma, essere un luogo di apprendimento e di insegnamento per tutti coloro che vi collaborano, in qualche modo parallelo a quelli tradizionali dell’università.

Il titolo, in conclusione, può servire a chiarire propositi e senso del nuovo periodico.

«Rationes Rerum».

Non a caso sono due parole tratte dalla praefatio delle Notti Attiche di Gellio, opera di larga e inesauribile curiosità intellettuale. In particolare vengono da un contesto in cui si invitano coloro che non sono d’accordo con l’autore ne iam statim temere obstrepant, sed et rationes rerum et auctoritates hominum pensitent (…). È l’apertura di un dialogo culturale e insieme l’esortazione a non fermarsi alla constatazione di fatti o ad opinioni personali, ma a meditare le “ragioni”. L’uso del latino nel titolo, senza voler essere pretensioso, rimanda a quella continuità della tradizione di cui si è detto sopra.

Il sottotitolo non è superfluo.

Rivista di filologia e storia.

È passato quasi un secolo dalla pubblicazione del “libriccino” di Giorgio Pasquali. La polemica che ne fu all’origine è ormai del tutto estinta, insieme ai motivi che la determinarono; e così molti dei ragionamenti che si leggono in quel libretto giustamente famoso sono inevitabilmente datati. Ma il binomio che ne costituisce il titolo ci sembra oggi più che mai vitale. Nell’ambito degli studi sull’antichità classica e, più largamente, sulla tradizione classica, ci sembra ancora impossibile separare la filologia – e la ricerca letteraria – dalla storia; e, viceversa, non sarebbe naturale separare la ricerca storica dall’anali­si dei testi che rappresentano tanta parte della civiltà greca e latina fino all’umanesimo e oltre. Questo non vuol dire – è quasi superfluo sottolinearlo – la compresenza o peggio la sovrapposizione di competenze. Il sottotitolo vuole però segnalare non tanto due diversi e separati ambiti d’interesse della rivista, bensì la ricerca di un dialogo che permetta, ogni volta che è possibile, riflessioni comuni e risultati integrati.